Lun. Mag 23rd, 2022
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Abbiamo avuto l’onore ed il grande piacere di scambiare quattro chiacchiere con il bravissimo attore Giuseppe Ferlito al termine della sua interpretazione del monologo dal titolo “Novecento”.  Nonostante l’evidente stanchezza, si concede sfoderando un sorriso rassicurante, cornice di un volto pulito e molto espressivo. Giuseppe Ferlito si diploma come attore presso la più antica scuola d’arte drammatica del nostro paese: l’Accademia Dei Filodrammatici di Milano. Si è formato con i più grandi maestri europei: Nikolay Karpov (allievo di Stanislavskij) , Lindsay Kemp, Maria Shmaevic, Peter Clough, Karyna Arutyunyan, Francois Khan (allievo di Grotowski), Elisabeth Boeke, Mamadou Dioume. Si diploma come DOPPIATORE nel 2009 presso l’Adc Group Doppiaggio di Milano lavorando con importanti doppiatori italiani quali Maria Rizzoli, Bruno Slaviero, Tonino Accolla e Claudio Sorrentino. Dal 2010 al 2014 ha lavorato come speaker radiofonico e ha interpretato numerosi radiodrammi per la RAI, diretto da Massimo Loreto. Ha prestato la voce per SPOT radiofonici e televisivi. Ha lavorato con Luca Zingaretti, Alberto Sironi, Vito Molinari, Alda Merini, Elisabetta Pozzi, Milena Vukotic, Rosa Miranda, Miko Magistro, Tuccio Musumeci. Il suo “Novecento”, per la regia di Franco Giorgio, ha raccolto particolari consensi di critica e di pubblico lungo lo stivale ed è da poco andato in scena al Teatro Stabile di Catania, fortemente voluto dall’ex direttrice Laura Sicignano. Nel 2021 firma la riduzione teatrale del romanzo “OceanoMare” di Alessandro Baricco approvata e sostenuta dallo stesso autore.

Attore, doppiatore, cuoco, pittore, scrittore e instancabile padre.

  • Chi è Giuseppe Ferlito e cosa ti piace di più di lui?

Sono una persona semplice ma al contempo, ahimé, estremamente complicata. Sono un coacervo di contraddizioni, la sintesi di un profluvio di dualismi e dicotomie che albergano dentro di me e che imbrigliano i miei comportamenti orientandoli ora ad una primitiva impulsività ora ad una ponderata razionalità: e questo spesso mi rende una persona “difficile”, volendo usare un eufemismo. Sono sempre stato gitano e randagio per il mondo, ma da un pò di tempo a questa parte il mio essere ramingo ha piantato le tende, perché ho capito che del resto la radice è fonte di vita. Di me amo però la voglia di reinventarmi sempre, lo spirito di adattamento e la mia libertà.

  • Cosa rappresenta il teatro nella tua vita?

Dal primo istante in cui ho conosciuto il Teatro mi è esploso dentro l’amore per i dettagli, per le cose millimetriche, piccole. Il Teatro restituisce le cicatrici, le crepe di cui il mondo è fatto. E da attore il mio mantra è quello di provare ad abitare quelle crepe con cura artigiana, poesia, necessità, disperazione, stupore e incanto. Sarà banale dirlo ma il Teatro per me rappresenta la vita in tutte le sue sfumature e contraddizioni, rappresenta il riflesso poetico del mondo ma anche quello più prosaico.

  • Se dovessi fare una scala delle cose importanti, cosa nel gradino più basso e cosa in quello più alto?

Credo che il gradino più basso sia quello più importante: esso è il concime naturale che nutre la fertilità del nostro terreno, è la base in cui si dipana il senso del nostro errare, l’essenza primigenia della nostra esistenza. In questo gradino metterei senz’altro l’arte, insieme alla famiglia e alle connessioni tra esseri viventi. E non lo dico soltanto da lavoratore dello spettacolo ma parlo proprio da spettatore, da fruitore di opere. L’arte è un unguento, una cura: ogni espressione artistica è una forma di Amore perché ogni artista dona se stesso agli altri con entusiasmo e generosità e questa generosità crea empatia con lo spettatore che diventa essere risonante. Sarebbe impossibile per me vivere senza questo entusiasmo. L’ arte ci cura, ci salva, è esperienza collettiva, dà senso e riconoscibilità ad una comunità. Il teatro, per esempio, è un valido aiuto e un buon preludio per partorire gentilezza.

Nel gradino più alto poi metterei tutto ciò che mi ri-connette con l’Universo e quindi la spiritualità, che non ha regole e dogmi e che ognuno di noi sviluppa come meglio sente e vuole. Per qualcuno può essere religione, filosofia, un percorso di crescita interiore o un insieme di pratiche quotidiane di approccio alla vita.

  • Cosa o chi ti ha spinto a fare teatro?

Ho iniziato a fare Teatro per eludere la mia solitudine, per esorcizzare i miei draghi interiori, per combattere la mia atavica sete di introspezione e anche per vincere i miei complessi, per ridere un pò di me, prendermi con leggerezza e ironia. Da piccolissimo, nella mia cameretta, aprivo libri e interpretavo ad alta voce i personaggi delle storie che più mi appassionavano, declinandone accenti e inflessioni. Mio padre, dalla stanza accanto, incuriosito dall’afflato che mi animava, prima origliava da fuori la porta, poi entrava in camera e si accomodava nel suo posto d’onore: il letto. E da lì mi ascoltava. La luce che si cristallizzava nei suoi occhi era per me motivo di orgoglio e mi faceva sentire importante. La sua fiducia, da sempre, è stato il combustibile che ha alimentato la mia passione e se dovessi pensare alla persona che mi ha spronato più di tutti affinché rendessi onore al mio talento penso indubbiamente a lui.

  • Il tuo “Novecento” è un grandissimo successo teatrale. Ti rispecchi in qualche cosa in Denny Boodman T.D. Lemon?

Novecento marchia a fuoco le cose belle che hanno costellato la sua vita, le fotografa in istantanee che scolpisce nella sua anima, le “incanta” nella sua mente. Anche a me capita spesso di “congelare” le emozioni forti che ho vissuto e quando voglio chiudere gli occhi e tornare con la testa a quei momenti il brivido è dietro l’angolo, ed è un toccasana per periodi bui e di vuoto. In questo mi sento uguale a lui.

  • La vita paragonata agli ottantotto tasti di un pianoforte: cosa rappresentano per te i tasti bianchi e i tasti neri?

Per me sono i sogni, i desideri. Suonare quei tasti bianchi e neri, quando sono ispirato, è catartico. E la musica che ne viene fuori, la melodia che quei tasti sprigionano è un balsamo per l’anima.

  • L’infinito è Dio, come diceva Novecento, per te cos’è?

Gli occhi di mia figlia, che moltiplicano e sublimano perfino il cielo sopra di me. Il suo sguardo, profondo e insondabile, ha spostato completamente il mio paradigma dell’amore.

  • . Quali progetti hai per il futuro?

È un periodo bellissimo quello che sto vivendo, sia a livello professionale che personale, quindi mi auguro che il futuro possa anche solo eguagliare il presente. Sto alternando repliche di due spettacoli la cui regia è dell’amico e maestro Franco Giorgio: Novecento, che mi regala sempre tante soddisfazioni, e OceanoMare, un mio progetto drammaturgico che ha il pregio di aver ottenuto l’avvallo dello stesso autore: Alessandro Baricco.

Poi lavoro come doppiatore e anche come formatore  presso il liceo classico di Ragusa: un’esperienza meravigliosa che mi sta insegnando molto e che sta impreziosendo il mio percorso artistico. I giovani sono un ricettacolo di forza ed entusiasmo e i loro slanci, la loro passione, mi sta insegnando molto.

  • Spostando l’attenzione su altri fronti, qual è il tuo pensiero sulla situazione mondiale contemporanea?

Sento di abitare un mondo meraviglioso ma in completo declino e la cosa che più mi sgomenta è che tutti noi ne siamo gli artefici. Giorno dopo giorno continuiamo a uccidere il nostro Pianeta. Muoviamo guerre, maltrattiamo animali, deportiamo esseri umani,  riversiamo quintali di plastica e detersivi nei mari, ammazziamo persone, riempiamo il cielo di gas tossici e veleni, lo bombardiamo di onde magnetiche, giudichiamo l’amore degli altri. Abbattiamo miliardi di alberi causando un tumore al polmone della Terra. Stiamo raschiando il fondo dei mari per trovare gli ultimi scarti di petrolio che rimangono. È una corsa frenetica, non bisogna mai fermarsi. Bisogna produrre, produrre e consumare. Bisogna avere sempre di più, bisogna vendere per sopravvivere, ci impegniamo indefessamente a procacciare comfort per il metro quadro che abitiamo ed ogni occasione per “arredarlo” è buona. Non sappiamo esattamente perché lo facciamo, forse per un inspiegabile senso di vuoto. Siamo circondati da gente e tecnologia ma ho come l’impressione che la solitudine ci appartenga, che ci accompagni ovunque, anche quando non siamo soli.  Vedo un mondo privo di scrupoli in cui l’egoismo è oramai diventato una malattia epidemica, un virus (tanto per essere attuali). Persino l’amicizia è interessata, anche la solidarietà è a fini di lucro, gli aiuti umanitari sono debiti con i fondi monetari internazionali e una crisi economica e sociale non è affatto un guaio ma è anzi occasione di lucro per le banche e per gli sciacalli della new economy. So di avere descritto uno scenario apocalittico ma al momento è questa la lente con cui guardo il mondo. Speriamo solo che le cose cambino molto presto e che una nuova epifania possa investire tutti noi: ne abbiamo davvero bisogno.

  •  Torniamo al tuo monologo. Novecento diceva che, se hai un qualcosa da raccontare a qualcuno che ti ascolta, possiedi tutto. Quando si possiede tutto per Giuseppe Ferlito?

Credo che possediamo tutto quando sappiamo stendere un braccio, quando siamo proiettati sull’altro, quando costruiamo ponti e non muri. Abbiamo tutto quando premiamo la sostanza e non l’incartamento, quando guardiamo alla piccola cosa preziosa invece di arricchire del nostro sguardo i palloni gonfi di sola aria che circolano per le nostre strade. Sento di avere tutto quando non spreco un solo istante dell’unica vera ricchezza di cui dispongo: il tempo.

  •  Quali qualità deve possedere un buon attore per definirsi tale?

Un attore dovrebbe innazitutto avere talento e dovrebbe impegnarsi con abnegazione a non ottunderlo. Dovrebbe essere curioso e onnivoro e non dovrebbe mai abituarsi o affezionarsi troppo alla prima cosa che gli salta in mente nello studio di un personaggio. Dovrebbe disporre di una congenita intelligenza emotiva, di uno spiccato intuito e di una non affettata empatia. E poi dovrebbe essere consapevole del proprio strumento tecnico, del proprio corpo, dei propri mezzi espressivi.

Infine dovrebbe scoprire sempre, replica dopo replica, che stare su un palco non è mai una questione di quanto ricevi ma di quanto sei disposto a dare.

  • L’ultima domanda e forse la più importante: alla Marzullo, fatti una domanda che la tua intervistatrice non ti ha fatto e donale la risposta. Sinceri ringraziamenti per questa bella opportunità di conoscerti meglio.
  • “Qual’è la lezione più grande che hai imparato durante questa lunga pandemia?”

Ho imparato quanto l’esistenza di ognuno di noi sia profondamente intrisa delle vite degli altri e come di conseguenza, il comportamento del singolo possa determinare cambiamenti sulla pluralità.

Ho imparato che non si è felici da soli e non ci si salva da soli.

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