Ven. Ago 19th, 2022
Print Friendly, PDF & Email

Per la seconda volta in pochi giorni il parlamento iracheno a Bagdad è stato occupato da dimostranti: ci sono stati scontri violenti e molti feriti ma in effetti le forze di sicurezza non hanno opposto una vera resistenza e non sono ricorsi all’uso delle armi e i dimostranti hanno potuto abbattere le barriere della zona verde create dagli americani 20 anni fa e mai rimosse.

Lo scontro è il risultato dell’impossibilità di formare un governo dopo le elezioni dell’ormai lontano ottobre 2021 che sono a loro volta il risultato dell’impossibilità del funzionamento di una democrazia di stampo occidentale in quel paese dilaniato dagli odi delle comunità sciite, sunnite e curde.

In quelle elezioni il partito che ebbe il maggior numero di eletti fu quello guidato da Muqtada al-adr, che ottenne 73 seggi su 329: ma tanto è bastata perché si proclamassero vincitori e pretendessero di guidare il governo. Si è cercato in questi dieci mesi di arrivare a un governo di coalizione ma senza successo.

Per chiarire i termini occorre delineare il quadro generale. Il problema fondamentale delle difficoltà di funzionamento della democrazia è che ciascuna delle tre comunità vota per propri candidati e ogni tentativo di formare partiti interconfessionali e interetnici sono sempre sostanzialmente falliti.

I Curdi fanno parte in teoria dello stato e ad essi spetta la presidenza della repubblica, carica per altro più che altro onorifica ma in pratica hanno una autonomia completa per cui è come se formassero uno stato a parte. Poiché la maggioranza, circa il 60% degli abitanti, è sciita il governo è stato sempre retto da un presidente di quella comunità emarginando i sunniti, circa il 20%, che avevano prima sempre dominato il paese fino all’intervento americano. Dopo il ritiro nel 2011 degli americani e forze alleate i sunniti si sono sempre piu sentiti emarginati e quindi nel 2015 non opposero resistenza al formarsi del califfato (DAESH) che dalla Siria si estese nel nord del paese abitato dai sunniti. In seguito il califfato cadde dopo una lunga e sanguinosissima guerra, abbattuto non dall’esercito iracheno ma da milizie sciite, con l’aiuto di iraniani e di continui e devastanti bombardamenti americani. Nel 2019 sembrò che ci fosse una fiammata di rinascita con proteste in tutto il paese sia in ambito sunnita che in quello sciita contro la divisioni religiosa per formare partiti moderni inter confessionali. Ma le rivolte furono tutte spente nel sangue con migliaia di vittime tra l’indifferenza generale dell’ Occidente ormai stanco di interventi in questi eterni, incomprensibili conflitti medio orientali.

La crisi attuale è però stata scatenata da contrasti interni alla stessa comunità sciita: da una parte vi sono le forze politiche che si richiamano all ‘ex presidente Nouri al-Maliki, che ha l’appoggio e l’aiuto dell’Iran sciita ma contro di esse ora insorge il partito di Muqtada al-Sadr che proclama invece una autonomia completa sia dall’Occidente che dall’Iran.

Muqtada al-Sadr è il figlio ed erede politico del grande ayotollah Mohammed Sadeq al-Sadr ucciso nel 1999 da Saddam Hussein ma venerato dalla comunità sciita come un martire: il quartiere di Bagdad abitato da sciiti prende il nome da lui.

Nel 2003 Muqtada al-Sadr proclamò una guerra santa contro gli americani, si pose come guida al martirio e fondo l’esercito del Madhi (Jaysh al-Mahdi): Mahdi significa inviato e ha un suo posto centrale nella confessione sciita perché essi aspettano il ritorno di al huseyn, un successore di Maometto sconfitto e ucciso in battaglia e che tornerà come Madhi per riportare l’islam alla sua purezza originaria. Malgrado gli sforzi e il desiderio di martirio l’esercito del madhi fu sconfitto continuamente dagli americani A un certo punto Muqtada al-Sadr accettò di continuare a fare politica secondo metodi democratici anche perché convinto dal grande ayatollah al Sistani che comunque gli sciiti avrebbero retto il paese essendo maggioranza, come infatti è accaduto.

Ora nelle ultime elezioni il suo partito ha avuto il maggior numero di eletti e quindi egli ritiene di dover presiedere il nuovo governo Ma non si è riusciti a trovare un accordo e allora ha chiesto ai suoi eletti di dimettersi lasciando cosi campo libero alla fazione contraria. Quando questa era sul punto di formare il governo allora gli attivisti hanno invaso il parlamento per impedirlo.

 Come si vede le pretese appaiono del tutto infondate: in democrazia non governa il partito che prende più seggi ma la coalizione che ha più seggi: è pretesa assurda che avendo 73 seggi su 329 debba necessariamente governare

Tutta la situazione si è impanata e non si vede via di uscita

Il paese è sempre nel disordine, nella assoluta povertà, mancano servizi basilari, mancano investimenti per cui anche le entrate del petrolio non sono quelle adeguate per la vetustà degli impianti.

Insomma gli iracheni rimpiangono i tempi di Saddam Hussein in cui mancava la liberta c’era oppressione e terrore ma almeno i servizi funzionavano.

 Poi Saddam ha precipito il paese prima una lunghissima guerra con l’Iran e poi nello scontro fatale con gli Americani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.