Dom. Dic 4th, 2022
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Il 20° congresso del Partito Comunista Cinese non ha riservato sorprese: si sono avverate le previsioni che da lungo tempo si facevano su di esso fugando le incertezze e le sorprese che pure potevamo esserci: si veda l’articolo Verso una dittatura in Cina relativo al precedente congresso al quale rimandiamo.

In sintesi Xi ha vinto su tutti i fronti.

Xi è stato rieletto alla presidenza del partito il che implica anche la Presidenza della Repubblica Cinese che sarà comunque formalizzata fra alcuni mesi. Questo fatto modifica profondamente e radicalmente l’impianto politico creato da Deng Xiaoping quasi trenta anni fa. In esso infatti il mandato a presidente del partito e quindi della repubblica popolare poteva essere rinnovato soltanto una volta per la durata totale di dieci anni. Lo stesso Deng si ritirò a vita privata lasciando ogni incarico e in seguito tutti i presidenti sono stati riconfermati per una sola volta. Xi aveva già ottenuto che questo limite fosse abolito il che però non implicava necessariamente che gli sarebbe stato confermato l’incarico. In partica XI prevedibilmente resterà alla presidenza fino a che vorrà o sarà in grado fisicamente di farlo, il che significa trasformare un regime illiberale in una dittatura personale. Infatti il sistema politico in Cina anche se illiberale non poteva dirsi una dittatura perché la presidenza non poteva superare i dieci anni in totale e doveva essere confermata alla scadenza dei primi cinque anni dal Comitato Permanente del Politburo, composto da 8 membri e vero potere supremo di tutto l’ordinamento. Il potere di questo organo è rimasto immutato ma da esso sono stati esclusi quelli che potevano non essere favorevoli a XI e cosi i nuovi designati sono tutti fedelissimi di Xi.

Nel congresso è stato altresì deciso di inserire nello statuto del partito (che in partica corrisponde a una nostra costituzione) due elementi: il pensiero di Xi e l’appartenenza di Taiwan alla Cina. Il primo punto è stato sottolineato da molti media ma in effetti non è una novità. Nello statuto del partito fu inserito al principio il pensiero di Mao ma ad esso fu aggiunto nel tempo non solo il pensiero di Deng Xiaoping (molto diverso) ma anche il pensiero dei vari presidenti succedutosi (che poi non avevano gran novità). Ma ora questa prassi viene applicata a chi rimane al potere e non a chi lo lascia. E come se l’incarico a Xi fosse messo nella costituzione. L’altro punto è relativo a Taiwan e appare come una radicalizzazione della questione che diventa quindi, anche giuridicamente e non solo politicamente, un tema non negoziabile, come diremo noi.

Non sappiamo, in verità, quali conseguenza possa poi avere nel contesto geopolitico, non solo del Pacifico ma del mondo intero una tale questione di principio che potrebbe eventualmente (ma non crediamo, ma non credevamo alla guerra in Ucraina) a uno scontro diretto armato fra Cina e USA.

Il lungo discorso di apertura di Xi ha assunto, come sempre avvenuto, toni trionfalistici, del progresso della Cina, della lotta alla povertà, dell‘evoluzione scientifica tecnologica, della sensibilità ambientale.

La realtà politica però è alquanto diversa e il malcontento serpeggia in Cina più di quanto avvenisse nei mandati di suoi predecessori.

In effetti lo sviluppo economico della Cina appare sempre impressionante in cifre assolute per la immensità della popolazione, ma se guardiano quello pro capite non si discosta, spesso anche inferiore, a quello degli altri paesi ex comunisti dell’estremo oriente ed anche del terzo mondo in generale. Su questa realtà negli ultimi due anni si abbattuti due gravi problemi: il covid e la guerra in Ucraina. Per il primo problema la Cina fin dall’inizio ha adottato una politica sanitaria rigidissima che ha imposto un lockdown davvero rigido (non certo come il nostro) in ogni parte del paese dove si manifestassero sia pure pochi casi di covid. La Cina non ha seguito la via dell’Occidente della vaccinazione di massa che ha permesso ormai di superare l’epidemia anche se essa è ancora in atto. Le misure rigidissime hanno provocato danni economici enormi e creata un clima di esasperazione generalizzata che è sfociata anche in manifestazioni di intolleranza. A questo problema si è aggiunto quello della guerra in Ucraina. La Cina per motivi geopolitici non ha seguito l’Occidente nelle sanzioni alla Russia anche se non ha mai sostenuto apertamente l’intervento russo. Questo fatto per il momento ha avuto conseguenze limitate ma potrebbe essere veramente dirompente se l’Occidente decidesse si porre sanzioni anche alla CIna il cui sviluppo dipende essenzialmente dalle esportazioni in Occidente.

L’era di Xi è stata caratterizzata anche da una lotta alla corruzione ai più alti livelli, fenomeno che si è accompagnato al forte sviluppo (cosi come avviene un po’ dappertutto): le tigri e le mosche della corruzione, secondo la pittoresca espressione di XI. Tuttavia pare che Xi abbia usato questa lotta anche al fine di sbarazzarsi di ogni eventuale e potenziale avversario politico.

In conclusione Xi quindi ha assunto un potere che può essere considerato anche superiore a quello di Mao. Questo era il padre della patria, un prestigio enorme non certo paragonabile a quello di Xi. Tuttavia Mao non controllava tutta la macchina del partito che a un certo punto sembrava essere in grado di relegarlo a una funzione simbolica. Mao rovesciò il pericolo rivolgendosi al popolo, ai giovani suscitando la Rivoluzione Culturale che fece piazza pulita della classe dirigente uscita dalla rivoluzione. Ma in seguito non fu in grado di governare effettivamente l‘immenso paese. Xi invece effettivamente controlla il partito, l’apparato dello stato e quindi ha in concreto un potere bel maggiore.

Al margine: nel corso dei lavori si è visto l’anziano ex presidente, Hu Jintao, portato da un assistente fuori dai banchi e la cosa è sembrata quasi una violenza. Tuttavia a vedere bene il filmato si capisce che Hu ormai non stava più bene, non si rendeva conto di quello che gli accadeva intorno.

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